Antologia critica
Per avviare un discorso sulla pittura di Claudio Spattini è forse necessario rifarsi ad alcune premesse.
Primo: che la pittura di Spattini tende a restituire un rapporto di volumi, a ritrovare l’armonia di un riferimento alle guide grafiche, ad avvalorare infine (se ce ne fosse bisogno) l’approssimazione ad un ideogramma figurativo.
Secondo: che una pittura tonale, intesa nel senso di comoda attenuazione o ravvivo di un colore-chiave, non può soddisfare l’attesa di una risoluzione personale in Spattini; in altre parole, si vuol dire che Spattini ha bisogno di poter disporre del colore, ma di un colore che non sia costretto, sforzato, menomato, con deprezzamenti di tono; per Spattini deve essere (e appunto così si ritrova, vedremo, nelle composizioni migliori) l’accostamento, la coesistenza dei vari colori, ciascuno libero nella sua naturalità, insieme allo snodato uso di una linea che penetri, volta a volta, o risolva, o chiuda una prospettiva; deve essere, ripetiamo, l’accostamento di colori liberi, insieme ad una libera flessione della linea a salvargli, sia la persuasione di un contenuto, sia la proprietà di una resa espressiva.
Estremamente indicativi nel significato di una naturalità, risultano allora certi rossi granata adagiati accanto a rossi coralli o a scarlatti impalliditi; certi gialli ocra; certi grigi perla accostati ai grigi ferro in una efficace pendenza. E ancora ne deriva l’opportunità di un terzo chiarimento, riguardante da vicino la composizione e i suoi tempi; il dover notare cioè come la composizione per Spattini sia destinata ad avvenire per variazione di tempi; il tentativo di stacco dal recente della memoria (un recente custodito, che ha pur stimolato l’interesse, per modesto che fosse, alla composizione) porta, quasi necessariamente, Spattini al primo, al secondo, talvolta anche al terzo tempo di un lavoro; meno si potrebbe dire a una seconda, una terza ripetizione del soggetto, in quanto a risolvenze via via più mature sarà meglio per accompagnarsi una stagione diversa del soggetto stesso.
“Claudio Spattini e la memoria del Novecento” catalogo
Fondazione Cariparma, Parma, aprile 2012.
Per la critica credo sia aperto il problema della ricerca di Claudio Spattini, della parte che gioca nella storia della pittura non certo in Emilia soltanto ma nella storia dell’arte italiana del Novecento.
Altro tema aperto: quali siano state le idee sull’arte del pittore e il loro peso.
Spattini è considerato dalla critica, schematizzando, in due modi: come un artista legato a una specifica tradizione pittorica sopra tutto post-morandiana, oppure come pittore attento a ricerche differenti e diversificate nel tempo.
Ho avuto la fortuna di vedere alcune centinaia di opere di Claudio Spattini e di sostare a lungo davanti ad alcuni dei maggiori gruppi rimasti, ancora oggi conservati nelle abitazioni dei figli e di alcuni collezionisti. La scelta delle opere non è stata semplice per ragioni diverse: la quantità e la qualità dei dipinti che rendevano complesso orientarsi nell’una o nell’altra direzione; la necessità di dare conto di tutti i periodi dell’artista; l’esigenza di costruire, di lui, un percorso articolato che ne documentasse in modo ben leggibile le scelte e i diversi orientamenti nel tempo. Un altro aspetto della lunga vicenda artistica di Claudio Spattini è la costante attenzione della critica ma anche la mancanza di un preciso approfondimento del suo percorso, un percorso che si scontra in realtà con un problema che è importante esporre subito perché da esso dipende l’impianto stesso di questo nostro testo.
La gran parte delle opere di Spattini non è datata, e questo naturalmente impedisce un’analisi precisa delle esperienze del pittore nel tempo; alcune date appaiono aggiunte a posteriori o dimenticate da fasi pittoriche precedenti; inoltre non troviamo un numero adeguato di riproduzioni dei dipinti se non in alcune mostre personali tenute negli anni dall’artista. Il punto dunque è prima di ogni altra cosa fissare una cronologia delle opere e, per farlo, stabilire un metodo di indagine che non potrà non tenere conto delle immagini e dei loro rapporti con l’arte contemporanea.
L’altro problema, che emerge leggendo le critiche più partecipate e sensibili, resta quello della definizione di un preciso percorso dell’artista; lo schema che si viene stabilizzando da un testo critico all’altro è quello della formazione dell’artista a Modena, dell’attenzione alla pittura del maestro fiorentino Renzo Ghiozzi, quindi viene l’Accademia a Bologna e l’insegnamento di Giorgio Morandi per l’incisione, ma anche per la pittura, e poi di Ilario Rossi e di Virgilio Guidi.
Volta a volta la critica ha fatto questi tre nomi sfumando notevolmente le attenzioni ad altre possibili esperienze, salvo nel caso del saggio di Graziella Martinelli Braglia che, nel volume del 2001 edito per la Provincia di Modena, ha cercato di stabilire nessi diversi, ad esempio con la Scuola Romana e, in seguito, con altri artisti.
L’altro critico che ha segnato l’indagine su Spattini è Roberto Tassi che, in un saggio del 1958 per una mostra alla Saletta di Modena, suggerisce due punti di riferimento: da una parte l’attenzione al neorealismo, dall’altra quella per la tradizione della veduta in ambito regionale ma trasformata da un modo diverso di concepire il dialogo con la natura. Dunque Tassi pensa forse a qualche memoria della pittura anche ottocentesca, ma più evidente gli appare il dialogo con la pittura del “naturalismo” padano definito da Francesco Arcangeli e quindi con riferimenti diversi fra cui la ricerca a Bologna di Pompilio Mandelli, peraltro un modenese come Spattini, e quella a Milano di Ennio Morlotti.
“Claudio Spattini procede da anni lungo le linee del gusto e dell’eleganza, attento ai segni del tempo e insieme ancorato al proprio campo d’espressione, che gli viene dagli echi della scuola francese e dagli spessori di una tenue sostanza vegetale. Coglie i fiori nel passaggio dalla vita alla morte, appassiti sull’orlo della secchezza, adagiati nel pallore di un sudario, fra lo sfocarsi di un colore accarezzato dalla luce o macerato nell’ombra discreta di un fondale. Gli oggetti si precisano nella scala tonale della composizione, trafitti da leggere scaglie dorate e plasmati in un caldo nucleo cromatico. Dagli interni si apre il paesaggio, distribuito per sezioni calibrate, che ritorna nella stanza a riprendere l’ordine del rapporto fra la figura e il suo ambiente. Fra questi temi Spattini compone la pittura acquisita mediante pacate verifiche sulla funzione di un tono o di uno spessore, rischiarata con la mano sapiente del mestiere. Le radici culturali del suo lavoro scendono dalla lezione cubista, ripresa in chiave mediterranea e declinata nello sciogliersi naturale delle ore. Le ragioni stilistiche si accostano alla lucida intransigenza morandiana, elaborata nell’equilibrio verticale delle pagine e applicata nella ricerca severa del rapporto tonale. Fra i riverberi delle grandi poetiche classiche, Spattini inserisce la scioltezza delle proprie doti native ed elabora i capitoli di una pittura valida, graduata negli interessi e nelle forme. La patina vegetativa registra le usure di una cronaca figurativa al limite dello sfiorire, e allora l’artista si rivolge agli elementi rigeneranti delle piccole cose abbandonate con fare ingenuo negli incastri solidi di una cornice lucidata. Oppure gli strati luminosi adombrano il pericolo dell’esibizione leziosa, e allora gli orizzonti si sgombrano degli oggetti affollati per lasciare posto all’atmosfera secca dei vuoti e delle geometrie, secondo la regola aurea che impone di togliere e di ripulire. Spattini procede così sul terreno che è suo, fra lo schiarire meditato dei problemi pittorici adottati per affinità di stile e di cultura.”
Il “nuovo” Spattini,
“Gazzetta di Parma”, 24 novembre 1978
Nell’ambito della pittura parmense Claudio Spattini ha ormai da molti anni una sua collocazione precisa per la coerenza di un discorso figurativo affidato ai valori dell’equilibrio compositivo e della misura tonale.
Un discorso che Spattini ha sempre svolto con impeccabile professionalità, attento a non uscire dall’alveo di una personale eleganza pittorica.
La mostra ora allestita alla galleria Giordani presenta qualcosa di nuovo nella valutazione di Spattini. Ci sono sempre i quadri ben scanditi, calibrati con finezza di tono e proprietà di accordi volumetrici. Qualità già note nel repertorio del pittore.
Ma si avverte anche, specie in un gruppo di opere di piccolo formato, l’aspirazione a toccare una sostanza più viva e pulsante, densa di vibrazioni espressive. Questo nuovo corso di Spattini in realtà si innesta nella bene assimilata lezione stilistica del pittore: continuità, quindi, e non frattura. Ci sono ancora i caratteri tipici del lavoro di Spattini. Il colore con le sue delicate risonanze e rifrangenze si conforma alla pulita struttura del dipinto, accompagnandone l’intima scansione ritmica. E questo ordine, questa misura di scandire la composizione, rivela in modo esplicito il senso professionale del pittore, la sua salda visione figurativa.
E tuttavia si può osservare che questi registri formali non hanno impedito a Spattini di procedere con gradualità verso nuove esperienze di pittura: in altre parole, di mettere in gioco le stesse acquisizioni che l’avevano posto su un livello di sicura resa esecutiva e tecnica.
Alcuni quadri di ridotta dimensione sono lì a testimoniare, con la sintesi prosciugata degli oggetti e con la sostanza vibrante del colore, l’aspirazione del pittore a una più decisa modernità espressiva.
Spattini, catalogo, Galleria Farini 23, Modena
novembre-dicembre 1973
Claudio Spattini, lungo l’arco di un ventennio, benché stimolato e perfino tentato dai fermenti innovatori della pittura contemporanea, ha svolto, approfondendone via via le ragioni interne, un suo discorso autonomo, di grande onestà intellettuale, di limpida e forte coerenza espressiva, ove la sua sensibilità, vigile e schiva insieme, ha avuto modo di dichiararsi compiutamente, con riuscite di piena evidenza e di sicuro timbro personale.
Su di lui infatti poco hanno potuto le svianti suggestioni delle scuole e delle mode, così come gli apriorismi troppo rigidi non sono valsi a codificare la sua volontà di esprimersi in schemi abusati e corrivi.
Gli studi fatti sotto la guida di valenti maestri, quali Virgilio Guidi e Giorgio Morandi, hanno impresso nella mente di Spattini una lezione ben assimilata di rigore e di sobrietà stilistica; gli hanno inoltre comunicato quel fervore di ricerca, paziente ed instancabile, che ha di mira l’essenziale, e cioè l’interpretazione della realtà non secondo i moduli e le zeppe dell’ingenuo naturalismo descrittivo o di una retorica mistificatrice o, tanto meno, secondo gli estri capricciosamente divagatori degli sperimentalismi, alla fin fine ripetitivi e stucchevoli, che stupiscono e magari scandalizzano senza convincere alcuno della loro validità, della loro durata nel tempo.
Dopo una breve ma non infeconda incursione nel campo della pittura astratta, Spattini ha scelto diversamente, irrevocabilmente: ha accentuato in ritmi quasi geometricamente scanditi, di salda costruzione volumetrica, con stesure di colore dense e vibranti, la determinazione a ricostruire sulla tela una realtà umanamente persuasiva, imperniata e tosto avviata ad equilibrate conclusioni figurative da un’emozione intensa e controllata che, a un’attenta lettura, si rivela come la nota tonale decisiva che in sé raccorda e condensa tutti gli elementi del dipinto in vista dell’ultimo non ambiguo significato.
Ingannevole e superficiale sarebbe un giudizio su questa pittura basato sull’apprezzamento dell’agevole eleganza, della scansione perfetta di ritmi, di tempi e di prospettive con cui Spattini padroneggia il suo mestiere; si guardi piuttosto alla tematica e alla ripartizione tradizionale dei “soggetti” – natura morta, paesaggio, figura –: allora si vedrà come, caso per caso, l’esigenza, le intenzioni primarie dell’artista convergano verso una dimensione spirituale, si traducano in strutture e in modulazioni alonate di melanconia o di assorta avvolgente aura meditativa.
L’artista ha posto ogni volta il suo suggello, la nota distintiva, a conferma di un’indubbia vocazione; ha, soprattutto, reso funzionale ed operante la sua sensibilità instaurando e continuando un dialogo rigoroso eppure commosso, mai inficiato da estetismi o da equivoci compromessi, con le cose e con gli uomini.
“Le nature morte di Claudio Spattini con oggetti (vasi, barattoli, sedie, ceste) fiori e frutti sentiti come dolci presenze domestiche, si impongono per la loro connotazione cromatica di forza e di energia che dà ad ogni composizione una carica di quotidianità.
Pur avvalendosi di tutti i possibili elementi realistici, questa pittura ama, non schemi figurativi convenzionali, ma intrecci che riservano sorprese, vibrazioni di colore che derivano da fantasie poetiche, rivolte a scandagliare le ambiguità del reale”
“E il monotipo fa… miracoli”
Al Museo Civico Spattini rivela le meraviglie dell’antica tecnica
“Gazzetta di Modena”, 13 marzo 2008
Il monotipo ha una storia anche modenese. È quanto rivela la mostra “Pittura d’inchiostro” di Claudio Spattini, fino al 13 aprile, al Museo Civico.
Una nuova dimensione dell’ottantacinquenne artista modenese (dal 1953 vive a Parma) di cui si conosceva solo la produzione pittorica.
Ma pittura è anche il monotipo, come vuole il titolo della mostra, ricordando che esso segue le regole grafiche nella produzione e si rivela pittura nel risultato. Un confine molto labile tra i due aspetti, tanto che alla Biennale di Venezia, i monotipi di Pompeo Vecchiati, singolare maestro di questa tecnica, venivano esposti alcune volte nella sezione della grafica, altre volte in quelladestinata ai dipinti.
Per ottenere un monotipo Spattini versa su una lastra colla di pesce e, come sostiene la curatrice della mostra Nadia Raimondi, “inchiostri variamente spennellati, campiti, graffiati, spalmati o asciugati”, per poi appoggiarvi un foglio che, premuto con la mano, trattiene l’immagine.
Un’immagine unica, irripetibile. Da qui il nome di monotipo, “una tecnica – sottolinea l’artista nell’intervista di Luana Ponzoni – che richiede una buona mano e grandi capacità d’immaginazione e di prefigurazione del risultato. Molto spesso il pubblico non capì il valore di questa tecnica che, credendo si trattasse di un sistema di riproduzione multipla, considerò secondaria. Il monotipo invece è a tutti gli effetti un dipinto”. Anche se esso consente soluzioni informali, Spattini non gli fa mai perdere il carattere di linguaggio formale, stringendo da vicino elementi figurali, di disincantata ricognizione, per rivelare esperienze di meraviglia e di curiosità legate all’uomo (autoritratto, nudo femminile disteso, donna allo specchio), a paesaggi (Duomo e Battistero di Parma, Sul Po), a nature morte con fruttiere, conchiglie, pesci, fiori rossi, zucche, oggetti. I monotipi stabiliscono, quindi, uno stretto rapporto con piccole opere pittoriche, con cui essi si confrontano in questa mostra che rimanda alla formazione di Spattini a Modena, presso l’Istituto Venturi, dove gli sono maestri Salvarani e Ghiozzi; all’Accademia di Bologna, dove fa tesoro della lezione di Guidi e Morandi; alle mostre al Caffè Nazionale e all’indissolubile amicizia con Enzo Trevisi e Mario Venturelli.
Spattini, “Sessant’anni di colore”
San Paolo, Modena
“Il Resto del Carlino”, 1 dicembre 2001
Con la mostra antologica Claudio Spattini, “I maestri e gli amici”, che rimarrà aperta nella chiesa di San Paolo fino al 13 gennaio, la Provincia rende omaggio a uno degli artisti modenesi più importanti del secondo dopoguerra e ai sessant’anni della sua carriera, raccontati attraverso la scelta di una quarantina di opere che dal 1940 giungono fino ai nostri giorni.
Spattini, che sebbene alla soglia degli ottant’anni conserva un portamento giovanile e un’invidiabile freschezza intellettuale, iniziò la propria formazione artistica nella città natale presso l’Istituto d’Arte Venturi per poi proseguirla, dopo la parentesi della guerra e della prigionia in Germania, all’Accademia di Belle Arti di Bologna.
Fondamentale in quegli anni fu la lezione di Arcangelo Salvarani e specialmente di Renzo Ghiozzi, che non solo lo sollecitava a copiare il vero di getto e a “buttare giù subito il colore, anche a costo di sbagliare” ma che, come nota Graziella Martinelli Braglia, la curatrice del catalogo della mostra, gli dischiuse l’orizzonte alle accensioni cromatiche di Scipione e Mafai, alle liriche eleganze di Modigliani, al rigore formale di Sironi e alle sperimentazioni di Picasso e Braque.
Risalgono a questo primo periodo della sua attività l’Autoritratto del 1940, con cui il pittore appena diciottenne vinse il Premio regionale di pittura riservato ai giovani artisti, e il Ritratto di Bona Tibertelli (1942), nipote di De Pisis e anche lei allieva di Ghiozzi al Venturi.
La tappa successiva, verso nuove forme espressive, è segnata dall’incontro a Bologna con Virgilio Guidi e soprattutto con Giorgio Morandi, la cui personalità per molti versi gli era congeniale e il cui magistero lascerà una traccia incancellabile, come ama ricordare lo stesso Spattini. Pertanto, a comprova del fascino esercitato dalla poetica morandiana, s’incontra lungo il percorso espositivo una bella sequenza di nature morte, a partire da quella del 1955 intitolata “Omaggio a Morandi” fino alle più recenti degli anni novanta. Tutte opere nelle quali Spattini sceglie e compone i medesimi soggetti prediletti dal maestro (conchiglie, vasetti, tazze, zuccheriere, fruttiere), resi con pennellate dense e vigorose e modulate ora sul variare delle tonalità del viola, del lilla, dell’azzurro, ora su una dominante di toni grigi, per poi accendersi in stesure compatte e squillanti di colore memori delle suggestioni di Matisse, dei fauves, di Braque e Kandinsky.
Non meno importanti, nel percorso artistico di Spattini, sono la fraterna amicizia con Enzo Trevisi e Mario Venturelli (insieme formano i cosiddetti “tre moschettieri” della pittura modenese) e la frequentazione del circolo degli “Amici dell’arte” e della Saletta del Caffè Nazionale, dove gli è offerta la possibilità di dibattiti e confronti, di esposizione delle proprie opere e di contatti con l’arte del più vasto panorama italiano e internazionale.
Sono anni di fervide esperienze, riproposte nella mostra anche tramite alcune opere sia dei maestri (Ghiozzi, Morandi, Guidi, Ilario Rossi), sia di Trevisi e Venturelli.
Il trasferimento nel 1954 a Parma, dove ottiene la cattedra per l’insegnamento del disegno e dove risiede tuttora, non spezza i legami dell’artista con Modena. Vi mantiene, anzi, saldi rapporti tramite gli amici e tramite le iniziative espositive. Attorno agli anni sessanta la creatività di Spattini conosce una rinnovata fioritura, oltre che nelle raffinate nature morte, nei paesaggi di forte cromatismo come il Giardino di Crespo, il Giardino a Castelnuovo Monti, Tramonto, composti a tasselli di colore puro dove “la forma è assorbita dalla trionfante stesura cromatica”, osserva la Martinelli Braglia.
È tutto un incanto degli occhi e della mente, memori dei modi degli espressionisti della Scuola romana e anche della grande arte di Cézanne.
“Spattini, il raffinato”
Gazzetta di Parma, 18 marzo 1968
Claudio Spattini, pur modenese di origine, è da anni uno dei rappresentanti più in vista della pittura parmense; anzi, c’è stato un periodo in cui partecipava in città o provincia a tutti i premi che venivano allestiti, e vinceva sempre.
Proprio per quell’abilità innata di adeguarsi ad ogni tipo di soggetto o di atmosfera ed essere sempre attuale e sempre nuovo.
Una dote preziosa e abbastanza difficile da riscontrare; che a volte, tuttavia, può divenire un difetto; la carenza di coerenza formale, che impallidisce di fronte all’esuberanza della pittura istintiva, del rapporto immediato fra artista e ispirazione.
Quando echeggiava a Cézanne, a Parma aveva un po’ rivoluzionato il paesaggismo tradizionale, inserendo un vento nuovo a squassare le addormentate verzure dalle radici ben abbarbicate dall’Ottocento. Poi tutto un periodo di pittura di materia, con tetti neri della zona monumentale del Duomo, barattoli, caffettiere e cardi. E sempre uomini assorti e vibranti in un colore a lingue essenziali. Infine il ritmo e l’eleganza su tutto: composizioni con radici e conchiglie, in strane luci radenti di interni, quasi in un Seicento appena più libero, ove la perfezione tecnica indugia spesso in passaggi cromatici e in minuzie disegnative di classe.
Come abilità, Spattini è forse “troppo” bravo: è il solito discorso dei pittori a cui viene tutto facile, per le doti innate. Ogni attrattiva artistica diviene tentazione e quindi pericolo di cambiare troppo rapidamente. Per Spattini, tuttavia, c’è sempre l’eleganza, addirittura la raffinatezza, a contenere e a risolvere tutto. Un gusto sottile che lega oggetti e ambiente e che crea, quasi sempre, piccoli capolavori di sensibilità.
E negli olii sabbiati delle nature morte di Spattini il tempo si è fermato.
“Le nature morte di Spattini rivelano nobili ascendenze di stampo ‘morandiano’, arricchite e filtrate attraverso lo studio della scuola romana (vedi Mafai e Scipione) e l’opera di Renato Guttuso.
Spattini sa guardare con grande profitto ad alcune delle lezioni più alte del nostro Novecento pittorico, riuscendo a continuare un filo che sembrava irrimediabilmente spezzato.
Le sue nature morte sono caratterizzate da una pennellata morbida e sinuosa, da uno stile sensuale e rigoroso, per certi versi quasi materico e avviato tramite un sensibile disfarsi delle forme verso il possibile traguardo di un’informale i cui esiti sono ancora in fase di definizione; per certi altri sorprendentemente e felicemente debitore (nella libera esplosione dei gialli, dei rossi e degli arancioni) nei confronti del Matisse della gioia di vivere, e forse, anche sottilmente ispirato a certi modulati accenti di una pop-art in cui i colori, come l’indaco o il blu elettrico, sono tanti campanelli squillanti che risvegliano ed accendono la mente di imprevedibili risonanze.”
“Spattini’s still lifes reveal noble influences of the “Morandian” type, enriched and filtered through study of the Roman school (see Mafai and Scipione) and the work of Renato Guttuso. His still lifes are characterized by soft, sinuous brushstrokes and a sensual, rigorous style, in some ways almost material, and moving, through a sensitive dissolution of forms, toward the potential goal of an informal art whose outcome is still being defined. for some others surprisingly and happily indebted (in the free explosion of yellows, reds and oranges) to the Matisse of the joy of living, and perhaps, also subtly inspired by certain modulated accents of a pop-art in which the colours, like indigo or electric blue, are so many ringing bells that awaken and light up the mind with unpredictable resonances.”
“Quella del maestro Claudio Spattini di Parma è spesso pittura dello stesso tessuto di musica che vive.
Non poche sue figure son vergini d’attesa, dipinte con un colore che talora pare aria nell’aria, trasfusa da una cromaticità vaga.
Ma quando l’attenzione dell’artista indaga, con diverso impegno la realtà più riposta dei sentimenti, il colore-luce ce li rivela in una loro più palpitante, definibile essenza.
Lo Spattini scopre allora il vero delle “cose” con ineffabile dolcezza e commozione, e tutto unifica in un’aria armonica con un effetto forse solo apparente di tiepida quiete.
Appare subito evidente nella pittura dell’artista — dotato di una felice capacità di assimilazione la fusione ma pure il superamento di alcuni elementi stilistici, in particolare relativamente ai maestri Morandi, Guttuso; insomma, pur trattandosi di un artista personalissimo, tosto si avverte che egli sa unificare con abilità i vari filoni della sua cultura figurativa.
Da qui, un che di inatteso, qualche volta, di problematico, illuminandosi una sua pittura di autentici sentimenti, vitali anche conforme a istanze «esistenziali».
Peraltro, essa, di consueto, rivela una chiarezza continua, una “presa del tutto umana”, e quando nell’aria spessa di neve splende una luce bianca sui tetti, sui monumenti di Parma, e quando nella nenia crepuscolare, il sole, abbandonati i raggi, sembra spegnersi in una tristezza serena, e quando nel latte dell’alba la “celeste” linea degli Appennini abbraccia la pianura, popolata da nidi di luci.
Davvero, lo Spattini riesce a far balenare nel mondo un nuovo flutto di scintille, anche quando più presente nell’opera sua può manifestarsi la traccia di una lettura geniale di maestri europei; e questo, per un tono costante, un tocco magistrale, dovuti soprattutto a una straordinaria forza di temperamento pittorico personale.
Al riguardo, si pensi alle sue nature morte di foglie, di fiori, di frutta, ai fuochi di malinconia che inondano paesaggi e “cose”, alle sue atmosfere d’origano, ai calanchi appenninici ritmati da fessure di magri verdi, di gialli arsi, ai monti nudi, immacolati, immobili, gravi d’immensità, dalle vette color succo d aurora: si pensi al vento leggero, che, fra gli odorosi delicati colori della sera, sembra levarsi nei silenzi di paesaggi collinari: è una pittura che s’innalza sino a farsi elemento attivo ed essenziale della vita dello spirito, ora contemplante. ora sofferente, tra il sogno e il pensiero di un creatore, che, peraltro, neppure rinuncia a rappresentare gli angoli di sole intenso…
Ma la sua pittura, se è pur sempre raffinata, è anche da dirsi che essa vive legata a radici profonde, sempre; nemmeno come pennellata essa è mai gratuita, per una tecnica sapientissima di modulazione e di impasti, per il timbro disincantato della pennellata.
In una recente sua composizione i fiori sembrano schiudere in sé nuovi colori, la luce pare sbriciolare le colline, dissolverne lenta i rifugi d’ombra, mentre traspare il Parma nel rarefarsi delle piante umili, esili del greto, nel trascolorare di alberi frangiati a foglie: la stagione, nella freschezza dell’incipiente tramonto, pare aprirsi sugli uomini, sull’artista cordiale ma schivo, dagli occhi assorti e solitari…
Ma nella pittura del maestro Claudio Spattini – protagonista quasi isolato di una rigenerazione volta a ristabilire un equilibrio da decenni turbato da un crescendo di funambolismi – talvolta si esplica pure un’esigenza di contenuta tensione, stimolatrice della sua fantasia, tanto da offrirgli da qualche tempo gli schemi forse più appropriati del movimento e del linguaggio pittorico. Si tratta un’esperienza maturata a contatto con una nuova sensibilità artistica, tesa a una rottura definitiva con forme e modi di una certa tradizione, di un certo “conformismo in fondo dilettantesco”, dell’età pittorica attuale.
Da questo nuovo atteggiamento allo Spattini deriva un’astrazione dell’intelletto e del sentimento affatto libera, che gli dona una nuova potenza pittorica e plastica, la quale lo impegna per una introspezione psicologica più intima, perché l’immagine significhi la ragione più vera dell’Arte del nostro tempo, del Tempo.”
“The work of Parma-born maestro Claudio Spattini is often a painting of the same texture as living music.
Many of his figures are virgins of expectation, painted with a color that sometimes seems like air in the air, transfused with a vague chromatic quality.
But when the artist’s attention, with a different level of commitment, delves into the innermost reality of feelings, the color-light reveals them to us in their more vibrant, definable essence.
Spattini then discovers the truth of “things” with ineffable sweetness and emotion, and unifies everything in a harmonious atmosphere with an effect of perhaps only apparent warm calm.
The artist’s painting is immediately evident—gifted with a felicitous ability to assimilate, the fusion but also the transcendence of certain stylistic elements, particularly those of his masters, Morandi and Guttuso; in short, despite being a highly personal artist, one quickly senses his skillful ability to unify the various strands of his figurative culture.
From here, something unexpected, sometimes problematic, illuminates his painting with authentic, vital feelings, even in accordance with “existential” needs.
Moreover, it usually reveals a continuous clarity, a “completely human grasp,” when in the snow-thick air a white light shines on the rooftops and monuments of Parma, and when in the twilight chant, the sun, abandoning its rays, seems to fade in a serene sadness, and when in the milky dawn the “celestial” line of the Apennines embraces the plain, populated by nests of lights.
Truly, Spattini manages to make a new wave of sparks shine through the world, even when the traces of a brilliant reading of European masters can be seen more clearly in his work; and this, through a constant tone, a masterful touch, due above all to an extraordinary strength of personal pictorial temperament.
In this regard, consider his still lifes of leaves, flowers, and fruit, the fires of melancholy that flood landscapes and “things,” his oregano-scented atmospheres, the Apennine gullies punctuated by cracks of meager greens and scorched yellows, the bare, immaculate, motionless mountains, heavy with immensity, with peaks the color of dawn juice: consider the light wind that, amidst the delicate, fragrant colors of evening, seems to rise in the silence of hilly landscapes: it is a painting that rises to become an active and essential element of the life of the spirit, now contemplative, now suffering, between the dream and the thought of a creator who, moreover, does not even give up depicting the corners of intense sunshine…
But his painting, while always refined, must also be said to be deeply rooted, always; not even as a brushstroke is it ever gratuitous, thanks to a highly skilled technique of modulation and impasto, and to the disenchanted timbre of the brushstroke.
In a recent composition of his, the flowers seem to unfold new colors, the light seems to crumble the hills, slowly dissolving their sheltered shadows, while Parma shines through the thinning of the humble, slender plants of the riverbed, the fading of the leaf-fringed trees: the season, in the freshness of the incipient sunset, seems to open up to the people, to the friendly yet reserved artist, with his absorbed and solitary eyes…
But in the painting of the master Claudio Spattini—an almost isolated protagonist of a regeneration aimed at restoring a balance that for decades had been disturbed by a crescendo of tightrope walking—there is also at times a need for contained tension, stimulating his imagination, so much so that for some time it has offered him perhaps the most appropriate patterns of movement and pictorial language. This is an experience matured in contact with a new artistic sensibility, aimed at a definitive break with the forms and methods of a certain tradition, a certain “ultimately amateurish conformism” of the current pictorial age.
From this new attitude comes a completely free abstraction of the intellect and feeling in Spattini, which gives him a new pictorial and plastic power, which engages him in a more intimate psychological introspection, so that the image signifies the truest reason for the Art of our time, of Time.”
Claudio Spattini, catalogo Galleria Il Portico,
Reggio Emilia, 6-24 novembre 1965
Un’impressione da pittore nel ricordo dell’apprendistato e nell’acquisizione dall’humus comune, non può non far derivare il timbro e la qualità della pittura di Claudio Spattini dalle scaturigini più vere e inconfondibili dell’arte emiliana moderna: da Semeghini a De Pisis, da Soldati e Reggiani a Morandi, da Barilli a Ghiozzi, da Graziosi a Forghieri, da Protti a Corsi, da Pizzirani a Romagnoli, da Manaresi a Mattioli, da Guidi a Mandelli.
L’arte della nostra regione, negli ultimi cinquant’anni, testimonia infatti un fermento vivo e continuo che unisce in egual misura l’istinto, la conoscenza delle mestiche e la loro sapiente stesura (a volte violenta a volte trattenuta), all’ansia della riscoperta del mito pittorico inserito nelle cultura e nel dato emotivo contingente, sempre viva, piena di curiosità, rinnovata. Poche regioni possono contare infatti su tanta esuberanza e poche regioni hanno potuto contare sulla presenza di artisti come i sopraelencati pittori e sulla presenza di scrittori e critici come Roberto Longhi (di origine modenese) titolare all’Università bolognese, Giuseppe Raimondi, Cesare Gnudi, Rodolfo Pallucchini (prima a Modena poi a Bologna), Francesco Arcangeli, Roberto Tassi e del poeta Bertolucci.
Tutto questo non si può dimenticare rivedendo i quadri di Spattini. Alla violenza coloristica (che data dai tempi degli studi con Ghiozzi prima e con Guidi poi) questo pittore via via unisce e rafforza una suggestiva e personale interpretazione post impressionista che, tenendo conto di una precisa idea generale del contrappunto ovattato e compenetrante, esalta con trilli di colore puro, quasi per tessere musive, alcune situazioni dei suoi assunti pittorici, a riconferma delle infinite possibilità della sua pittura moderna (fino alle ultime esperienze in grigio) latenti negli artisti d’Emilia, in ebollizione raffrenata in taluni e prorompente in altri (come nel modenese Mario Venturelli coetaneo e compagno d’Accademia di Spattini).
Claudio Spattini si è prodigato in uno studio di nuova organizzazione del quadro inteso come ricerca di una rispondenza soggettiva, con situazioni impreviste e, nei primi tempi, anche azzardate: strade bianche, montagne azzurro scuro, frasche verde-azzurro, verde-argento, fiori rosso puro. Oggetti e foglie morte acuti e violenti in soffusioni raffinatissime come amalgama di toni, invenzioni di inquadrature. Veramente una felice officina del colore per il colore rapportato, incoraggiato per sapienti evasioni. In clima di entusiastico fermento e di scoperta continua.
Partito ottimo scolaro Spattini prorompeva, autentico artista emiliano, in lunghi anni di lavoro per diversi aspetti singolare anche in rapporto al lavoro degli altri. Per doti native, si ripete, e per felice parallelismo con i fauves, così stranamente vivo in alcuni giovani attorno al ’50, che preludeva a ulteriori conquiste o derivazioni dell’arte figurativa moderna. Conquiste e derivazioni preparate proprio da artisti come Spattini, al quale, oltre ai meriti, dovrà essere semmai imputata una raffrenata susseguente speculazione riassuntiva del suo pur ottimo lavoro in fase di propulsione. Per l’eccesso di controllo e per quel suo particolare atteggiamento di distacco e di non aggressione per le cose riuscite.
Spattini è sempre stato tentato da due diversi modi espressivi, come due aspetti della sua sensibilità, tra i quali più che dialettica interna sembra esistere in tutto il corso della sua opera una frattura, legata intimamente, e quindi sinceramente, a una variabile disposizione sentimentale. Da un lato una tendenza verso un neo-realismo che, pur non inquinato da inclinazioni banalmente contenutistiche, faceva le sue prove formali sulla persona umana e conservava della ondata neo-realistica, dilagata qualche anno fa in Italia, se non il piglio drammatico e retorico, alcune suggestioni cromatiche e soprattutto di vigore plastico. Dall’altro una capacità di commozione assai vivace sullo spettacolo della natura, che lo spingeva quindi a darci una pittura di paesaggio liricamente mossa con i modi stilistici, ampiamente elaborati, di un post-cubismo di lontana provenienza francese. Non è difficile vedere subito da che parte avvenga il più vero, interiore contatto tra sensi ed espressione, tra ispirazione connaturata alla personalità del pittore e immagine figurale. La pianura che si illumina e si incupisce lontano fino al fiume, i prati ricchi, le antiche case tra gli alberi, e il variare delle stagioni, i colori che si stingono o si ravvivano, sono le cose e gli avvenimenti che emozionano veramente e si traducono immediati e vivi sulla tela. Spattini ha conservato al suo naturalismo l’impostazione e il sapore di una antica tradizione regionale italiana, ha tentato il recupero, in chiave “moderna” s’intende, di valori che non si sono tutti esauriti nelle posizioni passate e continuano a premere, sotto sotto, sullo spirito di certa pittura contemporanea. Ne ha dato una interpretazione in cui una istintiva esuberanza cromatica e, d’altra parte, l’esigenza di una costruzione plasticamente insistita dell’immagine trovano il loro punto di fusione nella fratturazione formale ottenuta a pezze di colore, sfaccettate e intonate in legami talvolta anche violenti.”
Spattini alla Forti
“Il Resto del Carlino”, 17 gennaio 1968
Ho chiesto ad un collega di Bologna che è fuori della mischia ma conosce bene i valori di casa nostra, quali pittori modenesi, secondo lui, esclusi i Maestri consacrati, resisteranno di più nel tempo. Il collega mi ha fatto pochi nomi.
Fra essi c’è Claudio Spattini, presente in questi giorni – con una nutrita serie di oli, tempere e disegni – alla “Galleria Forti” di Correggio. Il giorno della “vernice” era un freddo giorno da far rizzare i peli ai sassi e da gelare le parole. Lasciare perciò il portico siberiano di Corso Mazzini e immergermi nella luce soffusa quieta e tiepida della galleria fu come iniziare un week-end a Positano.
Alto, magro, assorto e malinconico (come uscito da una tela di Francis Bacon) il titolare della nuova galleria faceva gli onori di casa. Elegantissimo, rasato di fresco, sorridente Spattini, giunto poco dopo, mi venne incontro con l’amabilità consueta: egli è così lontano esteriormente dal cliché dell’artista “sofferto” ad uso dei rotocalchi che, chi non li avesse conosciuti, avrebbe scambiato Forti per il pittore e Spattini per un atleta americano di passaggio o per un giovane capitano d’industria.
Così, anche sabato, ripensai a quella sorta di censimento al quale Giacomo Montagnani, qualche anno prima di morire, dedicò tanto tempo trascurando caricature, pittura e poesia. Su una specie di lunga pergamena, l’ultimo bohémien autentico che ho conosciuto aveva elencato i nomi dei modenesi operanti nel campo delle arti, delle lettere e del giornalismo.
A fianco di ciascuno, una serie di voti: in bontà, intelligenza, tolleranza, sensibilità, spontaneità, sense of humor, ecc.
Con una “pagella” da borsa di studio Spattini staccò tutti di parecchie lunghezze. Sottoposti agli interessati, i “voti” dei “respinti” accesero feroci discussioni al “Nazionale” in un clima di corte d’appello. Chi affronta il sacrificio della breve trasferta invernale a Correggio si rende subito conto che l’allievo di Guidi e Morandi si mantiene all’altezza della sua fama, consacrata del resto da un lungo elenco di premi e dalla presenza, negli ultimi anni, alle maggiori rassegne nazionali (Quadriennale di Roma, Biennali di Milano e Nuoro, Premi Scipione e Michetti, ecc.).
Nella recente serie di oli magri e sabbiati ci sono almeno cinque pezzi che, da soli, meritano una visita. Anticipata dal pregnante Fiori sul tavolo, che conserva però alcuni elementi lirico-istintivi della precedente ispirazione naturalistica, la nuova pittura di Spattini è concepita su una stesura di piani che fanno da sfondo ad oggetti assunti – nella loro umiltà – a pretesto metafisico.
Il “recupero critico della lezione morandiana” (individuata dalla Cecchi) s’inserisce qui in un contesto alla Mondrian. La organizzazione del quadro, tuttavia, nell’attuale ripudio di ogni compiacimento barocco e di ogni suggestione postimpressionista, appare del tutto originale nella sua icastica compostezza: punto d’arrivo di un lungo sofferto operare. Ecco, dunque, la Natura morta e la Fruttiera in controluce sapientemente giocate nella gamma dei grigi; la Caffettiera e pigna, alla quale il fondo più caldo aggiunge gradevolezza visiva senza ridurne la carica emblematica; ma, soprattutto, Oggetti, dove la schematizzazione si fa estrema (la stesura di lamine d’argento, nella fitta ragnatela di screpolature, impreziosisce la materia come lo scheletro di certe foglie in Dubuffet).
Bei quadri davvero, non c’è che dire.
Espresso da me il giudizio assume poi un peso particolare: nella lista di Montagnani c’ero anch’io con dei “voti” niente male; se mi rovinai la media fu perché giudicato severo e un po’ pignolo.

